In questi giorni si stanno sprecando, su giornali, blog e trasmissioni sportive, i paragoni tra la débacle di Cannavaro e soci, e la situazione italiana di profonda crisi economica, politica e culturale, sostenendo che l'undici azzurro di volta in volta in campo altro non è che lo specchio del paese.
Io non credo molto a questa tesi, anzi: cercando qualche faccia da salvare, direi che la maggior parte degli atleti coinvolti in questo fallimento di spedizione sudafricana, diciamo quelli che non erano a Berlino - Marchisio, poverino, incluso - grosse colpe non ne hanno.
Quello che invece è lapalissianamente italiano, qui - per dirla à la LaRochelle, i maniaci di Boris capiranno - è la tendenza a non assumersi le responsabilità. Le parole di Lippi non hanno alcun valore in questo senso, il buon Marcello con l’aiuto della Federazione si era già preparato il terreno fertile, con il suo futuro già segnato e il suo successore in rampa di lancio.
Sarà che ce l’abbiamo dentro casa, a due passi dai palazzi che contano, la più famosa poltrona a vita del mondo, sarà che S.B. & co. restano ben saldi sui loro scranni nonostante tutto, ma non capisco cosa debba succedere affinché gente come Abete, Albertini, e tutti i dirigenti, gli accompagnatori e i vari delegati dei quali i ruoli non sono così noti (oltre ad essere spettatori non paganti), dopo il non-gioco di Sudafrica 2010, con in mezzo due candidature per ospitare gli Europei - neanche i mondiali, gli Europei - naufragate contro Polonia, Ucraina, Francia e Turchia, mostrino il coraggio di farsi da parte.